di Biagio Marzo
Luigi Covatta sul Riformista incolpa il Partito socialista di non avere un “disegno di Stato”, una osservazione quanto mai vera, ma non dice quanto il Partito democratico si identifichi con lo Stato. Siamo al simil regime sovietico e, guarda caso, l’Unità ha paragonato il voto delle primarie e la vittoria di Walter Veltroni alla “Rivoluzione d’ottobre”, con la “o” minuscola per salvarsi l’anima.
Con una differenza non di poco tra ieri e oggi: mentre l’Urss è scomparsa e il più anticomunista degli italiani, Silvio Berlusconi, è ospite gradito del capo della Russia, Vladimir Putin, che pur essendo stato ex comunista ed ex Kgb non ha mai abiurato alcunché, in Italia, è sorto un sovietismo composto di banche e sindacato alla cui guida c’è un ex comunista che, a suo dire, non lo è mai stato in quanto militava nel Pci per l”amore” nei confronti di Enrico Berlinguer. Sarà. Non è tutto. C’è stato un dispiegamento dei mass media come non mai a favore della nascita del Pd, in effetti come nei regimi ex comunisti, il Corriere della Sera al pari della Pravda e la Repubblica la Isveztjia. Una mobilitazione, senza pari, in cui sono state coinvolte, talaltro, le istituzioni, come la sanità, la scuola e la pubblica amministrazione. Per esempio.
Primarie dei candidati e non delle “idee”, così come è stata, invece, la Conferenza programmatica socialista.
In quella assise, si è notato un surplus di riformismo, ma è mancato, è vero, un “disegno di Stato”, un “disegno” che, invece, è stato sempre la stella polare del Psi sotto diversi cieli politici. La mancanza è dovuta anche per via dell’abbrivio che ha preso la Costituente, la Conferenza e il Congresso, ma già adesso possiamo assicurare Luigi: il Partito socialista di nuovo conio avrà la forza, ci auguriamo, di riempire il vuoto e, nello stesso tempo, di chiarire la propria linea politica, la cui cifra non potrà essere l’occupazione dello spazio di mezzo tra “Pd e la sinistra sinistra”.
A memoria, una esperienza non nuova e infausta. Per questo tipo di politica, “gli equilibri più avanzati” di demartiniana memoria, i socialisti hanno abbondantemente già dato e non vorrebbero più essere gli utili idioti di un disegno perdente, anche perché le condizioni elettorali di allora sono cambiate in peggio. A quei tempi, smossero l’albero politico italiano e frutti caddero nel paniere del Pci. Oggi, non avremmo nemmeno la forza di scuoterlo, ragion per cui se ritornassimo sul luogo del delitto, ovverosia sul quella nefasta linea politica spariremmo dalla faccia della terra. Fu quel ruolo di cerniera tra la Dc e il Pci che fece perdere a Francesco De Martino la campagna elettorale del 1976. Gli costò cara: il Psi calò al 9,6%, tanto che dovette dimettersi e lasciare il posto, al Midas, a Bettino Craxi. Sicché, con lui, cambiò il gruppo dirigente e cambiò la linea politica, vale a dire il “disegno di Stato”.
Craxi imperniò il suo progetto politico sull’autonomia, sul riformismo, sulla modernizzazione del sistema Italia e, nel contempo, piantò il Psi nel mondo Occidentale . Quattro punti che sconvolsero la politica italiana, e che portarono i socialisti ad abbracciare la “politique d’abord”. Non quella di Pietro Nenni che aveva avuto un contesto tutto particolare, ma una “politique d’abord” dalle caratteristiche corsare. A ben vedere, praticata sul caso Moro e negli enti locali in occasione della formazione delle giunte. O i socialisti erano corsari o perivano.
I democristiani e comunisti non davano loro possibilità di crescere, per cui i socialisti, per conquistare i voti, facevano un gioco spregiudicato nell’intento di rompere il consociativismo e di allargare gli spazi di democrazia e di libertà. Il Psi aveva, naturalmente, l’obiettivo di sgretolare, da un lato, i blocchi Dc e Pci, dall’altro, gli assetti di potere. Una operazione ad alto rischio che, ironia della sorte, il Psi pagò amaramente.
Le lezioni della storia non devono farci ripetere gli errori del passato e partendo proprio da quelli non possiamo stare fermi difronte al varo del Pd. Che fare? La Costituente sembra un evento del passato e il Congresso è ancora all’orizzonte. In mezzo, c’è il vuoto e questo dobbiamo riempirlo con proposte riformiste più legate ai bisogni della gente in carne e ossa e con “il disegno di Stato”. Proprio quella pecca notata da Luigi Covatta.

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