di Biagio Marzo
Si è aperta attorno alla filiera Mediobanca, Generali e Rcs Media Group un periodo parecchio movimentato. Non poteva essere altrimenti, dato che è in gioco la cessione della quota del 9,3% in mano al colosso Unicredit, ottemperando così alle disposizioni dell’Antitrust che in tal modo darebbe il suo via libera alla fusione della banca di Profumo con quella di Geronzi. Per questa quota cedibile ci sono rumor di ogni tipo, in altri tempi, ai tempi di Enrico Cuccia si intende, ci sarebbe stato, viceversa, un assordante silenzio. Tra gli acquirenti certi(tanto per cambiare) ci sono le famiglie Berlusconi(Fininvest) e Benetton. Ma anche Mediolanum, Popolare Vicenza e la tedesca Sal Oppenheim bussano al portone di Piazzetta Cuccia.
Tuttavia, l’operazione cessione avrà tempi brevi, ma non per questo nel resto della filiera la tensione si abbasserà. In Generali e nel gruppo Rcs, holding del Corriere della Sera, i problemi esistono. Ultimamente, a ben vedere, il quotidiano di Via Solferino è stato colpito da una querelle politica che lascerà certamente il segno. E’ in atto uno scontro tra il direttore Paolo Mieli e il professore Giovanni Bazoli, socio della finanziaria editoriale, agli esiti incerti. Il pomo della discordia tra i due è senz’altro il governo. Peraltro, Mieli sostenne la candidatura di Prodi fino al punto di scrivere, all’inizio della campagna elettorale, un editoriale che creò un putiferio, provocando un calo di copie, giù del 2,7% passando da 680.187 a 661.420(ultimi dati), del quotidiano da lui diretto.
Non c’è da stupirsi se il direttore ha cambiato idea in proposito. Epperò, questo non va per nulla giù a Bazoli, essendo un amico del premier, quindi, favorevole alla maggioranza di governo. Frattanto, il patto di sindacato è slittato da novembre a dicembre. Ci sarà pur una ragione? Figurarsi che si è parlato anche di un cambio del direttore. Insomma, il patto è diviso tra i contrari e i favorevoli a Mieli.
Si badi bene che tutte le vicende di cui sopra, non sono schermaglie di poco conto, ma si ascrivono nel duro scontro di potere che dura oramai da parecchio tempo. All’incirca dalla caduta della Prima repubblica fino ai giorni nostri. Fino a quando il capitalismo italiano non troverà un assetto definitivo, le turbolenze saranno all’ordine del giorno.
Questo succede per il fatto che la politica non ha la forza di incidere granché, dato che è in crisi, per questo lascia ai poteri economici di fare e disfare. In questo clima molto incerto, il Belpaese è preso di mira dai grandi gruppi bancari e industriali esteri. Non a caso si parla che le Generali, proprio la cassaforte del cosiddetto salotto buono, potrebbe essere preda di predatori stranieri senza scrupoli. Sebbene arrivino da Trieste voci rassicuranti, comunque negative sono state le reazioni sul piano industriale della compagnia assicurativa. E, guarda caso, le banche d’affari, dalla Goldman Sachs a Merryl Linch, hanno sparato alzo zero sul titolo sulla governance. Per di più, voce dal sen fuggita: traballa la presidenza di Antoine Bernheim e il suo posto dovrebbe essere occupato da Paolo Scaroni attuale amministratore delegato dell’Eni. Il nome di Scaroni, probabilmente, è stato messo in circolazione perché fa parte, in rappresentanza del gruppo Eni, del cda di Generali come indipendente. Fantafinanza. Per l’appunto. Scaroni guida saldamente il gruppo che sta al primo posto per utili nel gotha delle aziende italiane, motivo per il quale non si capisce perché dovrebbe lasciare il cane a sei zampe per salire sul Leone alato.
Intanto, mentre Antoine Bernheim riceve dal presidente Nicolas Sarkosy la “Grande Croix”, massima onorificenza dello Stato francese, per essere uno dei banchieri più di alto rango d’Europa, montano le critiche, oltre sul piano industriale, sulla governance di Generali, avente due amministratori delegati( c’è da dire che alla luce dei positivi risultati conseguiti dal gruppo Generali nel corso degli ultimi esercizi, sotto la scusa dell’ottimo contributo fornito dal top management, e nell’ottica di incentivare lo stesso attraverso il ricorso ad uno strumento in grado di allineare l’interesse economico di tutti i soci a quello degli amministratori della compagnia assicurativa verso l’obiettivo comune di un’ulteriore crescita di valore del titolo, nel corso del 2006, è stato varato un piano di stock option avente per destinatari il presidente del consiglio di amministrazione e gli amministratori delegati del Leone alato), nelle persone di Giovanni Perissinotto e Sergio Balbinot. Insomma, il triangolo che per alcuni non è più coeso come un tempo. All’ultimo posto c’è il fatto che il banchiere transalpino ha 83 anni. Nulla quaestio. In verità, questo è l’ultimo dei problemi rispetto a quelli di cui sopra. A conti fatti, gli argomenti sollevati non sono campati in aria, ma non ci sembra che le Generali sia assediata e Bernheim prossimo allo sfratto.
Il Leone triestino e il leone francese fino a quando sono sotto la protezione del finanziere bretone Vincent Bolloré e del banchiere spagnolo Emilio Botin non dovranno temere giochi ostili. Entrambi, sono azionisti di Mediobanca la cui quota in Generali è di circa il 15% del capitale. Il che significa che Piazzetta Cuccia è la principale azionista. Se non bastasse ciò, a conforto della inattaccabilità della compagnia assicurativa e della inamabilità del suo presidente, Bernheim siede nel cda di Santander e Ana Patricia Botin(figlia di don Emilio) in quello di Generali. In più, Geronzi dovrebbe essere nominato alla vice presidenza di Generali.
Relazioni incrociate a scanso di brutti scherzi.

0 Risposte a “La filiera di Mediobanca si movimenta”